
In queste storie Giorgio Moscatelli ripercorre momenti della sua vita che hanno incrociato gli eventi più significativi della Storia degli ultimi quaranta anni. Con toni lievi, con ironia e autoironia, racconta situazioni drammatiche o emozionanti vissute da inviato speciale dei telegiornali della Rai, trasformandoci in lettori partecipi. Attraverso l’obiettivo della telecamera, con occhi turbati, ci parla delle migliaia di morti del terremoto dell’Irpinia; del suo avventuroso viaggio aereo in Angola, una delle tante guerre dimenticate; dell’importanza del calcio italiano in una
Beirut semidistrutta dai bombardamenti; dei momenti bizzarri con Papa Paolo VI; di un incontro curioso sul fiume Giordano; della terribile siccità che ha mietuto migliaia di vittime in Etiopia; del suono lamentoso delle sirene d’allarme durante la guerra del Golfo; della felicità tra la popolazione alla liberazione di Kuwait City, dell’angoscia per due fidanzati uccisi dai cecchini a Sarajevo. Ci emoziona con “Imagine” di John Lennon mentre cade il muro di Berlino, tra gli applausi e le lacrime di tutto il mondo; ci lascia con il fiato sospeso nell’esplorazione dei cunicoli di Cu scavato sotto la base militare di Saigon o nello scendere in una miniera di carbone a Novokuznetsk in Siberia; ci inquieta con la tragedia di Chernobyl.
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Giorgio Moscatelli, cittadino che ama la Costituzione, “giornalista per immagini”, sempre e comunque dalla parte del servizio pubblico e del pubblico. Questa sarà la traccia di alcuni appunti che ho ricavato dalla lettura del suo libro e che voglio dedicare a un amico e a un compagno di tante avventure, umane e sindacali. Questo suo diario di bordo, scritto con ironia e autoironia, virtù che molti non possono o non vogliono più coltivare, ripercorre le tappe chi ha scelto di stare, in tutti i sensi, dalla parte del pubblico.
Giorgio avrebbe potuto scegliere di lavorare altrove, di mettere il suo talento a disposizione di altre aziende e di altre avventure, sicuramente più remunerative, invece ha scelto non un’azienda, ma un’idea: quella di stare dalla parte della Costituzione. Ancor prima del Moscatelli giornalista viene, infatti, la persona che sin da ragazzo ha scelto di stare dalla parte di chi lotta per l’uguaglianza, per l’inclusione sociale di tutte e di tutti, senza distinzione di fede, colore della pelle, religione, condizione sociale, come recita l’articolo tre della Costituzione, pilastro di tutto l’ordinamento democratico.
Questi valori, nonostante delusioni e amarezze, patite dentro e fuori la Rai, Giorgio li ha conservati nel cuore con la freschezza e l’entusiasmo della sua giovinezza. Le pagine che leggerete sono la traduzione di queste passioni, come si potrà percepire dalla sensibilità e dalla compartecipazione con la quale descrive genti e popoli di ogni latitudine, spesso feriti e piegati da guerre, terrore, fame. Nelle sue descrizioni, come si usava un tempo, mai un accenno di esibizionismo, di vanità, di eroismo a buon mercato. Al centro del suo racconto e delle immagini di una vita, troviamo sempre “Loro”: i mondi da illuminare, i territori oscurati, le voci tagliate o spezzate.
La delicatezza di oggi è la stessa delle immagini di ieri, mai banali, sempre essenziali, ricche di sostantivi e senza aggettivi aggiunti tanto per suscitare emozioni, indurre alle facili lacrime o, peggio, alimentare i pozzi della paura, dell’odio e del razzismo. Il racconto di oggi è animato dalla stessa tensione etica e professionale di allora e corrisponde allo spirito che animava la Rai che Moscatelli ha frequentato e vissuto. Quella Rai, lottizzata, maledetta, insultata, alla quale Giorgio non risparmia critiche e frecciate, era, tuttavia, una grande palestra professionale, un luogo nel quale, tra mille tensioni, si confrontavano differenze e diversità, sia pure nel quadro di una solida egemonia esercitata dalle maggioranze di turno. Quello che, poi, con qualche malizia e una punta di cattiveria, è stato chiamato il “Partito azienda” era l’alleanza tra quanti credevano nell’idea del pubblico servizio, lo ritenevano un dovere costituzionale, pretendevano che rappresentasse l’intera Comunità Nazionale e che desse voce ai senza voce, per usare un’espressione cara al Cardinal Martini, uomo di Chiesa attento ai temi dell’ informazione.
Negli anni caldi delle lotte, dentro e fuori la Rai, prese corpo anche l’idea della informazione come “Prodotto collettivo dell’ingegno”. Il servizio, l’inchiesta, non sono più il frutto delle fatiche del giornalista “cantore solitario”, ma discendono da una sorta di “catena umana” che lega autore, operatore, maestro delle luci del suono, montatore. Ciascuno compartecipa al risultato finale e si sente orgoglioso del suo contributo, si abitua a pesare ogni parola, ogni fotogramma, ogni suono.
Nulla può e deve essere lasciato al caso, perché il pubblico ha davvero diritto a pretendere “Di tutto, di più” e in quella stagione non era solo uno slogan pubblicitario. Memorabili, per fare un solo esempio, le sedute in montaggio di Sergio Zavoli, la sua cura per ogni particolare; quello era il tratto distintivo di quella Rai, il segno che univa il cosiddetto partito azienda, oltre qualsiasi distinzione di parte. Questa attenzione alle immagini, senza le quali non può esistere un servizio televisivo, ha aperto la strada al riconoscimento del “giornalismo per immagine”
Giorgio moscatelli è stato tra i protagonisti di una lotta che ha visto insieme la parte migliore dell’azienda, quella che credeva nel lavoro comune e non si alimentava di invidie, di rancori, di narcisismi, elementi distintivi della mediocrità umana e professionale. A Giorgio e altri straordinari amici “operatori” dobbiamo l’intesa che ha finalmente riconosciuto l’ingresso dalla porta principale a decine e decine di colleghe e colleghi, senza i quali non avremmo “visto” quei mondi sconosciuti e proibiti.
Di questi mondi troverete testimonianza nel libro che ci aiuterà a conoscere meglio il passato del servizio pubblico e la storia di donne e uomini che, senza avere inseguito fama e onori, hanno costituito la spina dorsale dell’Azienda. Se la Rai di oggi avesse la pazienza e l’umiltà di leggere e di ascoltare storie come queste ne potrebbe ricavare utili insegnamenti, per il presente per il futuro.
Appuntamento al prossimo libro di Giorgio e buona lettura.
Giuseppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa
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Cosa c’entra l’umorismo con le aree di crisi? Niente, in apparenza. A rigor di logica nulla sembra più distante di un sorriso, uno sberleffo, una battutaccia, dalla sofferenza delle popolazioni civili coinvolte in un conflitto o colpite da un cataclisma naturale.
Come si fa a prendersi in giro in un paese in guerra? Come si riesce a trovare la forza di raccontare una storiella buffa, o magari ridere ascoltandone una, dopo che la natura ha scatenato la sua potenza facendo tremare la terra o causando un’alluvione?
Eppure accade. Chi conosce il mestiere che Giorgio Moscatelli ed io abbiamo fatto per buona parte della nostra vita professionale sa bene che una delle maniere per resistere all’orrore è proprio quella di prendersene gioco. Oslobdjenje, il quotidiano che continuò ad essere stampato e distribuito a Sarajevo durante l’assedio della capitale della Bosnia, in una delle sue sole quattro pagine aveva sempre una vignetta satirica. Certo, si trattava di un umorismo duro, balcanico, un po’ nero e cinico, ma era pur sempre uno sberleffo con cui gli abitanti della città martire si prendevano gioco dei cecchini che sparavano sui civili dalle colline che circondavano la capitale.
A Sarajevo, in Somalia, in Iraq, Afghanistan e nei mille teatri di aree di crisi in cui ci siamo ritrovati, scherzavamo e ridevamo anche noi giornalisti. Giorgio Moscatelli – lo scoprirete leggendo le pagine di questo suo libro testimonianza – era un punto di riferimento certo, una sorta di antidoto naturale contro la depressione e lo stress da tensione, il porto sicuro in cui rifugiarsi quando la paura, l’insicurezza e lo scoramento prendevano il sopravvento.
Nelle circostanze più dure, nelle situazioni più impensate, Giorgio riusciva sempre a stemperare i momenti di crisi spostando l’attenzione su qualcos’altro con una battuta, un motto di spirito, un colpo di genio lessicale che costringeva l’interlocutore a ridimensionare se stesso e perfino la guerra e i cataclismi.
Poi si lavorava anche, naturalmente: e su questo Giorgio aveva pochi rivali. Le sue immagini nitide e precise, il suo sguardo obliquo, originale sul mondo, restituivano concretezza allo stato dei luoghi e senso alla storia e – proprio per questo – erano la testimonianza preziosa e ineludibile su quanto avveniva sotto i nostri occhi e che, grazie al suo lavoro coraggioso e puntuale, veniva poi riprodotto sui teleschermi che ogni sera si illuminavano nelle case di milioni di italiani.
Questo entrare e uscire dagli eventi, questo sguardo ironico e salvifico sul mondo e sulle nostre sofferenze ora ha un nome che è diventato un lemma molto frequentato, soprattutto nei tempi difficili che ci toccano in sorte da un po’: Oggi la chiamiamo resilienza, intendendo quella straordinaria capacità che spesso abbiamo di risollevarci e riprendere il cammino dopo un grande dolore, dopo una sofferenza insopportabile. Una sorta di assicurazione che la vita ci concede per evitare di essere sopraffatti dal dolore del mondo. La cronaca dura di questo periodo ce l’ha resa drammaticamente familiare, la resilienza. Ma io ho avuto la fortuna di conoscerne il significato quando ho cominciato a lavorare con Giorgio. Il senso di quella parola me l’ha insegnato lui, oltre trent’anni fa, quando giravamo il mondo e provavamo a raccontarlo insieme. Eravamo entrambi molto più giovani e pieni di passione e speranze.
Ma questa, come si dice, è un’altra storia.
Franco di Mare Inviato di Guerra
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Non avevo mai letto un libro di un inviato. Ero curiosa, ma in tutta onestà avevo anche paura di annoiarmi… niente di più sbagliato. Quello che mi ha colpito è la semplicità con la quale lei riesce a descrivere situazioni, sentimenti e pensieri. È un libro così diretto che sembra di guardare un film. In me ha suscitato la nostalgia di quei tempi in cui tutto era più difficile, ma la vostra generazione, come quella di mio padre, rendevate tutto semplice, con spirito di sacrificio, dedizione e passione per ciò che facevate.
Così mi sono trovata a ridere di gusto leggendo l’episodio di “Bonifacio!”; a sentire tutta la sensazione di claustrofobia e disumanità nel percorrere, insieme a lei, le miniere di carbone; a provare profonda tristezza per il bimbo trovato morto sotto le macerie del terremoto dell’Irpinia; ad avvertire sdegno per la perquisizione subita, da lei ed i suoi colleghi, in un aeroporto; a sentirmi quasi male per la descrizione dell’operazione a cuore aperto (io sarei svenuta!); a farle mentalmente i complimenti per la capacità di far capire, senza maleducazione, alla guida africana che…con lei non ci sarebbe stata nessuna possibilità! ad ammirarla per come sia stato in grado di superare la malattia e per il coraggio dimostrato nel voler testimoniare il disastro di Chernobyl; a ricordare quelle immagini del crollo del muro di Berlino, così lontane eppure così nitide nella memoria.
Mi ha fatto piacere “passeggiare” attraverso tutti questi eventi con lei, guardandoli attraverso l’obiettivo della sua telecamera. La ringrazio infinitamente per questo libro, e ringrazio la fortuna che ci ha fatto incontrare perché io, da sola, magari non lo avrei acquistato… e mi sarei persa uno di quei libri che considero PREZIOSI. Mi auguro che lo propongano nelle scuole, i giovani di oggi hanno bisogno di queste storie; in realtà molte persone avrebbero bisogno di queste storie.
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È un libro leggero, ma allo stesso tempo ti insegna molto. Non è una semplice raccolta di storie, ma un vero e proprio viaggio alla scoperta del mondo e dunque di sé. Contenta di averlo acquistato!
Perfetto per chi vuole immergersi in situazioni varie, immedesimarsi, riflettere ma anche ridere. Una piacevole lettura ricca di significato.
Ironico, leggero, vero. Recensito in Italia il 10 gennaio 2022
Un libro che ci porta per mano nella storia degli ultimi decenni attraverso una società profondamente mutata nel breve volgere di metà secolo. Assolutamente da consigliare.
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“Racconti di un inviato”: il sottotitolo potrebbe trarre in inganno, decisamente. Santità faccia finta di pregare, di Giorgio Moscatelli, non è l’abituale racconto di un reporter di guerra: è un racconto che, dopo l’attraversamento di catastrofi umane, lascia spazio a una grande vena di ironia, tratto saliente del suo autore. Moscatelli, attraverso gli aneddoti di una vita da semplice cineoperatore prima per arrivare a redattore cineoperatore poi, dunque giornalista, traccia un sommario di guerre ed esperienze di vita. È la vita che scorre su queste pagine, quella vita che affiora silenziosa e pulsante nelle battute impreviste che concludono ogni vicenda, come fulmen in clausola che sovverte ogni sentimento. E’ un libro che dà forti emozioni, non da ultima quella di sentire narrate le vicende che hanno accompagnato quelle riprese che rimarranno indelebili nella nostra mente, che ci hanno permesso di conoscere il mondo in quel modo così personale: Golda Meir; il terremoto in Irpinia con il cinismo del telegiornale; il tragico spettacolo di Beirut; le immagini di Azzurra che solcava i mari con le vele spiegate; l’aereo di Sigonella o le operazioni di Desert Storm; le case alluvionate del Polesine; il ricordo di Sarajevo, ironicamente commentato dallo show di Carmen Russo; la tragedia di Chernobyl. Non, dunque, la solita lettura di un viaggio da reporter, ma tanta umanità e soprattutto realtà, che accompagna e condisce una profonda riflessione sul senso del giornalismo oggi e sulla notizia in sé, perché, come dice Moscatelli, […] ogni giorno ci vuole una notizia fresca, nuove vicende da raccontare per battere la concorrenza. Ma il vero giornalista è anche colui che sa dire basta, colui che umanamente ha voglia di una pausa e di tornare a casa.
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Il libro e’ un tuffo nel passato, un passato abbastanza recente che è anche mio.
Gli avvenimenti mi erano e mi sono noti, interessante è rileggerli secondo la prospettiva di chi questi fatti li ha vissuti direttamente da inviato sul campo e non indirettamente, come me, davanti ad uno schermo televisivo o leggendo un quotidiano. Per me sono cronaca e storia , per l’inviato sono parte del suo lavoro e della sua vita. Qui sui fatti domina la vita , intesa in senso ampio e nelle sue innumerevoli sfumature. A tratti il campo visivo si stringe e va a cogliere e focalizzare
l’attenzione su un particolare che aiuti a sopportare emotivamente quel che accade in contesti difficili e/o ostili.
Davanti a certi reportage , non solo di guerra, ci si sente come dei “ guardoni del dolore”, ma , per quanto si sia partecipi, quel dolore è di altri . Più che immersione nel dolore , cronaca del dolore, si trasforma in riflessione sul dolore; cosa ben diversa dalla “ TV del dolore”, tanto diffusa oggi, che quel dolore spettacolarizza.
Il dolore è spesso buio e silenzio , come buio e silenzio sono la guerra e la morte . Occorre trovare un’ancora di salvataggio, cercare di guardare, vedere, osservare con occhi diversi…un po’ di ironia serve ad alleggerire la tensione. Una diversa prospettiva, usare il “sentimento del contrario” aiutano nei momenti più duri perché ci fanno cambiare angolazione, ci fanno guardare e vedere in un altro modo; da un lato restringono il campo, dall’altro lo amplificano perché portano più direttamente dentro i fatti.
Leggendo si viene risucchiati in un vortice emotivo da cui si riemerge grazie all’ironia dell’autore.
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Grazie ad un incontro casuale (ma il caso non esiste!) in una libreria Feltrinelli di Roma io ed il mio compagno ci troviamo a conversare amabilmente con questo simpatico signore che scopriamo essere un giornalista nonchè scrittore. Il libro che abbiamo acquistato è “Santità faccia finta di pregare” che ho appena finito di leggere. Un racconto delle avventure di Giorgio Moscatelli durante la sua attività di giornalista, un libro che scorre piacevolmente e copre tanti avvenimenti importanti accaduti nel mondo. I racconti, a volte drammatici, a volte più leggeri, sono sempre permeati di ironia e si continua a leggere per sapere “che cosa accadrà poi”. Davvero complimenti all’autore! Felice di averlo incontrato e conosciuto! Recensione scritta da Emma

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